Il Rapporto del Segretario generale dell’ONU sulla conflict-related sexual violence: alle origini della risoluzione 2467 (2019)

Report of the Secretary-General on Conflict-related Sexual Violence

Approfondimento 23/2019                                                                                                                                                                                                                                       

Lo scorso 29 marzo, il Segretario generale ha trasmesso al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il rapporto sulla Conflict-related sexual violence riferito al periodo gennaio-dicembre 2018. La nozione impiegata di conflict-related sexual violenceè, come di consueto, particolarmente estesa e comprende non solo gli atti di stupro, direttamente annoverati nelle risoluzioni del Consiglio ed ivi condannate, ma anche “sexual slavery, forced prostitution, forced pregnancy, forced abortion, enforced sterilization, forced marriage and any other form of sexual violence of comparable gravity perpetrated against women, men, girls or boys that is directly or indirectly linked to a conflict”. In tutte queste circostanze, la vittima, che spesso subisce abusi da soggetti affiliati direttamente od indirettamente a gruppi armati è generalmente percepita quale membro di una minoranza, sotto il profilo politico, religioso o sessuale.

In termini generali, il rapporto trasmesso evidenzia che lo scorso anno si è caratterizzato per un altalenante progresso in materia di conflict-related sexual violence. Tra i fatti meritevoli di menzione rientrano certamente le condanne confermate in appello, a livello nazionale, di due episodi di abusi sessuali, l’uno avvenuto nella Repubblica democratica del Congo, rispetto ai fatti del “Kavumu child rape” e l’altro in Guatemala, riguardo il caso “Sepur Zarco”. Ugualmente positiva è la situazione delle riparazioni per gli abusi subiti nei teatri di guerra, rispetto alle quali sono da segnalare i progressi raggiunti in Colombia, sulla scorta della guidelineselaborate dal Segretario generale nel 2014. 

Quanto agli ambiti in cui si confermano le complessità, nel rapporto sul 2018, particolarmente ricorrente è il riferimento alle barriere sociali che costituiscono un ostacolo all’effettivo accertamento degli episodi di violenza. Le vittime, infatti, nel timore di vendetta da parte degli autori degli stupri e per il rischio di essere stigmatizzate dalle società di provenienza, spesso non riferiscono alle competenti autorità locali ed internazionali gli abusi subiti. Viste le complesse traversie dipanatesi nell’arco del 2018, il Segretario generale mostra anche particolare attenzione per la condizione degli sfollati. Tenendo, soprattutto, conto degli eventi in Myanmar e Sud-Sudan, egli evidenzia come gli abusi sessuali siano comunemente utilizzati quale metodo per allontanare dai confini nazionali i gruppi minoritari indesiderati. Per quanto concerne il Myanmar, in particolare, vengono in rilievo gli atti di sexual slaverycontro i Rohingya, nonostante l’accordo del dicembre 2018 tra il Governo nazionale ed il Rappresentante speciale. 

Un ulteriore ambito di indagine riguarda il complesso legame tra la violenza sessuale e l’opposizione politica. Sin dai primi paragrafi, infatti, il Segretario generale richiama l’umiliazione sessuale a cui sono notoriamente sottoposti i detenuti politici in Siria e nel Burundi. È, inoltre, un fenomeno ricorrente, specialmente nell’Africa sub-sahariana, che per dissuadere gli oppositori politici dal candidarsi alle elezioni nazionali, esponenti degli eserciti governativi perpetrino violenze sessuali nei confronti delle donne appartenenti alle famiglie dei politici.

A conclusione del rapporto del 2019, il Segretario generale indica una strategia multisettoriale, con un approccio stakeholder-based, al fine di prevenire e combattere il flagello della conflict-related sexual violence. Il Consiglio di sicurezza è il principale destinatario delle raccomandazioni del Segretario, che invita ad adottare le necessarie misure per limitare la proliferazione delle violenze contro le donne da parte degli attori non statali. Tale obiettivo deve essere primariamente raggiunto con la redazione di appropriati codici di condotta e con l’istituzione, nell’ambito dei corpi di polizia degli Stati membri, dei necessari focal points.  Gli Stati sono, invece, chiamati a non prevedere l’applicazione di amnistie ed immunità a favore dei colpevoli di ogni forma di conflict-related sexual violence, di rimuovere gli impedimenti all’accesso alla giustizia delle vittime e di incoraggiarne la protezione.

Giovanni Ardito

Dottorando in Diritto pubblico, comparato e internazionale

 

 

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